Se arrivassi in paradiso

Sono arrivato qui stamattina presto.

Almeno, mi sembra. Ma come, anche qui? Anche qui esiste l’imperfezione? Cosa vuol dire mi sembra? E’ come dire che niente è cambiato? Ho un leggero mal di testa.

Cammino a caso, anche perché non c’è niente da vedere. C’è solo un vento flebile, profumato e molto gradevole, e a me il vento piace e piaceva moltissimo, e quindi non riesco a nascondervi che la cosa mi appare deliziosa.

Col vento ho sempre avuto un rapporto vitale ed efficace, nel senso che l’ho sempre adorato.

Il vento, l’esposizione al vento di tutto il mio corpo, compresa la testa, mi dava sollievo dopo le lunghe ore passate sui libri.

La prima volta che mi sono accorto di adorare il vento è stato quando dovevo avere sì e no dieci anni. Lo sentii chiaro in me quando in una località di montagna dove mi avevano portato per andare a trovare un paio di amichette di una famiglia che abitava poco lontano da noi vidi una coppia di sciatori, vestiti ancora con le tute da sci, godersi una brezza montanina sulla terrazza di un ristorante. Io chiesi, anche con una certa decisione che si trasformò subito in insistenza, di andare lì anch’io, ma mia madre disse che no, che lì c’era troppo vento. Ma guarda: volevo già il vento sul mio viso, volevo su di me quella benedizione laica data in regalo dalla natura e mi accorsi di adorarla proprio a causa di un no, di una proibizione.

In seguito, più avanti di qualche anno, mi esponevo al vento ogni qualvolta se ne presentava l’occasione, e non serve dirvi che la mia città di elezione, la città che adoro sopra tutte le altre è Trieste, proprio per la bora, il vento dell’Est che bene o male tutti i triestini nel loro piccolo sopportano, ed è forse quella la ragione del loro comportamento di fronte al quale non si ammettono le mezze misure: o ti piacciono o li odi, e a me piacciono. Mi piace il loro carattere formato dal vento della città di mare, quindi molta disponibilità e molta decisione, che lo induce a scontrarsi subito con la montagna, l’amato Carso e le sue doline. Simile al Portogallo, dove l’oceano si scontra con la montagna e dove nasce la paella, il piatto con pesce e carne insieme, mare e montagna. Era stata grande la sofferenza degli interminabili giorni che nella vita ho trascorso in quella città, dove da un lato c’è la cultura che sprizza da ogni crepa di muro e dall’altro ci sono quelli che dicono sempre “non si può” e se si può dicono “non lo abbiamo mai fatto”, dove trovi sempre chiuso il negozio che ti serve e quando ci ripassi davanti per trovare parcheggio e andare da un’altra parte lo vedi aperto e tu, che ormai sei risucchiato dal serpente del traffico, lo vedi sempre più irraggiungibile; è la città dove più di qualcuno, me compreso, ha camminato fino in fondo al Molo Audace in una giornata di autunno per fermarsi alla fine prima di cadere in mare e stare lì a pensare alla propria vita e a quanto sarebbe stato bello fare e dire questo e quello, a quanto sarebbe bello poterlo fare da adesso in poi e a quanto serve pagare per diventare finalmente saggi o almeno maturi sapendo in fondo al cuore che la maturità di una persona è quella condizione della vita in cui, purtroppo per lei, se succede qualcosa si sa sempre più o meno come va a finire; è la città in cui le salite le chiamano discese. Però io qui non so per niente come andrà a finire. Quando ero ancora vivo, tutte le volte in cui mi trovavo in difficoltà a capire una cosa o ad orientarmi in un posto oppure in una conversazione ricorrevo alla cultura che possedevo. E’ come quando suoni uno strumento: in un saggio o in un concerto pubblico suoni sempre con la consapevolezza che le difficoltà, quelle vere, sono solo confinate in alcuni brevi passaggini, mentre per il resto del pezzo comunque, anche se non hai studiato, anche se non ti sei preparato a sufficienza, ne esci bene perché la tecnica che hai ti sosterrà. Qui vorrei fare la stessa cosa, nel senso che mi piacerebbe ricorrere alla mia cultura per capire, ma vedo e sento che non funziona. Il paradiso forse era dall'altra parte...


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